Il battesimo dell'inversione
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Il battesimo dell'inversione

Язык: Русский
Год издания: 2026
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Michail Bulgakov

Il battesimo dell'inversione

I giorni all’Ospedale X volavano e gradualmente iniziai ad abituarmi alla mia nuova vita.

Nei villaggi, il lino veniva ancora maciullato, le strade rimanevano impraticabili e non avevo più di cinque persone ai miei ricevimenti. Le serate erano completamente libere e le dedicavo alla consultazione della mia biblioteca, alla lettura di testi di chirurgia e a lunghe e solitarie bevute di tè accanto al dolce suono del samovar.

Pioveva a dirotto giorno e notte, le gocce tamburellavano incessantemente sul tetto e l’acqua schioccava a dirotto sotto la finestra, gocciolando lungo la grondaia in un catino. Fuori, c’erano fanghiglia, nebbia e una penombra nera, in cui le finestre dell’infermeria e la lanterna a cherosene vicino al cancello brillavano come puntini indistinti e sfocati.

Una di quelle sere, ero seduto nel mio studio con un atlante di anatomia topografica. C’era un silenzio assoluto tutt’intorno, rotto solo da occasionali cagnare di topi dietro la credenza della sala da pranzo. Lessi finché le mie pesanti palpebre non iniziarono ad abbassarsi. Alla fine, sbadigliai, misi da parte l’atlante e decisi di andare a letto. Stirandomi e pregustando un sonno tranquillo tra il rumore e il ticchettio della pioggia, andai in camera da letto, mi spogliai e mi sdraiai.

Prima ancora di poter toccare il cuscino, il volto di Anna Prochorova, diciassettenne, del villaggio di Toropovo, affiorò davanti a me nella foschia assonnata. Anna Prochorova aveva bisogno di un’estrazione dentale. Il paramedico, Dem’jan Lukič mi passò accanto fluttuando silenziosamente, impugnando una pinza luccicante. Ricordai come usava “costì” invece di “così” per amore dell’eleganza, sorrisi e mi addormentai.

Tuttavia, non più tardi di mezz’ora dopo, mi svegliai improvvisamente, come se qualcuno mi avesse scosso. Mi misi a sedere e, scrutando timoroso nell’oscurità, iniziai ad ascoltare. Qualcuno bussava forte e insistentemente alla porta esterna, e quei colpi mi apparvero subito come inquietanti.

Qualcuno bussò alla porta dell’appartamento.

I colpi cessarono, scattò il catenaccio, si udì la voce della cuoca, una voce vaga rispose, poi qualcuno cigolò su per le scale, passò silenziosamente davanti allo studio e bussò alla porta della camera da letto.

– Chi è?

– Sono io, – rispose un sussurro rispettoso. – Aksin’ja, l’infermiera.

– Cosa c’è?

– Anna Nikolaevna l’ha mandata a chiamare; dicono di andare subito in ospedale.

– Cos’è successo? – chiesi, e subito sentii un tuffo al cuore.

– Hanno portato una donna da Dul’cevo. Sta avendo un travaglio difficile.

“Ecco. Ci siamo!” mi balenò in mente, e non riuscivo a infilare i piedi nelle scarpe. “Oh, accidenti! I fiammiferi non si accendono. Beh, prima o poi doveva succedere. Non possono essere solo laringiti e catarri gastrici tutta la vita”.

– Va bene. Vai, dille che arrivo subito! – gridai e mi alzai dal letto. I passi di Aksin’ja echeggiarono fuori dalla porta e il catenaccio scattò di nuovo. Il sonno svanì all’istante. In fretta, con dita tremanti, accesi la lampada e iniziai a vestirmi. Le undici e mezza… Cosa c’è che non va in questa donna con un parto difficile? Uhm… una posizione anomala… un bacino stretto… O forse qualcosa di peggio. Non sia mai, dovremo usare il forcipe. Dovrei mandarla subito in città? Impensabile! Diranno tutti: ma che bel medico, non c’è che dire! Che poi, non ho proprio il diritto di farlo. No, devo farlo io stesso. Già, ma cosa? Chi diavolo lo sa. Se mi perdo d’animo, sarà un guaio: che vergogna davanti alle ostetriche. Comunque, devo prima controllare; non ha senso preoccuparsi troppo presto…

Mi vestii, mi misi il cappotto e, sperando in cuor mio che tutto andasse bene, corsi all’ospedale sotto la pioggia, su assicelle di legno che scricchiolavano. Nella semioscurità, un carro era visibile all’ingresso, con lo zoccolo del cavallo che risuonò sulle assi marce.

– Avete portato una donna in travaglio? – chiesi chissà perché alla figura che si muoveva vicino al cavallo.

– Sì… certo, noi, signore, – rispose una voce di donna lamentosa.

Nonostante fossimo nel cuore della notte, l’ospedale era pieno di attività. Una torcia tremolava nella sala d’attesa. Aksin’ja sgattaiolò accanto a me nel piccolo corridoio che portava al reparto maternità, con una bacinella in mano. Un debole gemito provenne improvvisamente da dietro la porta e si spense. Aprii la porta ed entrai nel reparto maternità. La piccola stanza imbiancata era illuminata a giorno da una lampada sul soffitto. Una giovane donna giaceva su un letto accanto al tavolo operatorio, coperta da una coperta fino al mento. Il suo viso era contratto in una smorfia di dolore e ciocche di capelli bagnati le si appiccicavano alla fronte. Anna Nikolaevna, con in mano un termometro, stava preparando una soluzione in una tazza di Esmarch1

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Примечания

1

Un’invenzione del chirurgo tedesco Johannes Friedrich August von Esmarch, una tazza usa e getta, progettata per clisteri terapeutici o di pulizia, lavande e irrigazioni vaginali.

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