L'asciugamani col gallo
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Michail Bulgakov

L'asciugamani col gallo

Prefazione

Da studente, quasi mezzo secolo fa, avevo letto gli “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Uno dei racconti ivi contenuti era “L’asciugamani col gallo”. Mi piacque al punto da decidere di tradurlo in italiano. Iniziai a farlo, ma era davvero problematico sia districarmi nei termini medici, sia superare la parte emotiva, quando descrive con dovizia di particolari un’amputazione. Ad un certo punto mollai il colpo, poiché iniziò il mio infinito periodo di cambio casa, città e Paesi. Insomma, la traduzione incompleta dattiloscritta si perse, i computer erano ancora di là da venire. Dopo tanto tempo, ho voluto riprenderla, a conferma, per restare in argomento bulgakoviano, che “i manoscritti non bruciano”. Pur se dall’alto dell’esperienza dovuta all’età, è stata lo stesso un’esperienza traumatizzante: mentre traducevo, mi venivano i lacrimoni, e un groppo saliva in gola.

Mark Bernardini, 2026.

Se uno non ha mai cavalcato su remote strade di campagna, non ha senso raccontarglielo: tanto non capirà. E a chi l’ha fatto, non voglio nemmeno ricordarglielo.

La dirò in breve: il mio cocchiere ed io abbiamo percorso le quaranta verste1 che separano la città distrettuale di Gračëvka dall’ospedale Mur’inskaja2 per un giorno esatto. E curiosamente pure prima: alle due del pomeriggio del 16 settembre 1917, raggiungemmo l’ultima bottega situata alla periferia di quella straordinaria città di Gračëvka, e alle due e cinque del 17 settembre di quello stesso anno indimenticabile, mi trovavo sull’erba battuta e morente, ammorbidita dalla pioggia settembrina, nel cortile dell’ospedale Mur’inskaja. Ero lì, con le gambe irrigidite, così irrigidite che sfogliavo mentalmente le pagine dei miei libri di testo proprio lì nel cortile, cercando di ricordare confusamente se questa malattia che causa l’irrigidimento muscolare esistesse davvero, o se l’avessi immaginata in quel sogno che avevo fatto nel villaggio di Grabilovka la notte precedente. Come diavolo si chiamava in latino? Ognuno di quei muscoli mi doleva di un dolore insopportabile, che ricordava il mal di denti. Le dita dei piedi, inutile dirlo, non si muovevano più negli stivali, giacevano immobili, come ceppi di legno. Confesso che in un impeto di codardia, sussurrai maledizioni alla classe medica e alla mia domanda di ammissione al rettore dell’università, presentata cinque anni prima. Nel frattempo, la pioggia cadeva a dirotto dall’alto, come attraverso un setaccio. Il mio cappotto era gonfio come una spugna. Con le dita della mano destra, cercai invano di afferrare la maniglia della valigia e alla fine sputai sull’erba bagnata. Le mie dita non riuscivano ad afferrare nulla e, di nuovo, imbottito di ogni sorta di nozione tratta da interessanti libri di medicina, mi ricordai della malattia: la paralisi… “Paralysis”, mi dissi disperatamente, mentalmente, e Dio solo sa perché.

– S… sulle vostre strade, – dissi con labbra blu e legnose, – bisogna abituarsi a viaggiare…

E per una qualche ragione, lanciai un’occhiata furiosa al vetturino, anche se, a dire il vero, non era colpa sua se la strada era così.

– Eh… compagno dottore, – rispose il vetturino, muovendo appena anche lui le labbra sotto i baffetti chiari, – ci viaggio da quindici anni e ancora non riesco ad abituarmi.

Rabbrividii, guardai indietro con malinconia l’edificio bianco scrostato a due piani, le pareti di tronchi grezzi della casetta dell’infermiera, la mia futura residenza – una casa a due piani pulitissima con finestre misteriose simili a bare – e sospirai profondamente. E poi, invece delle parole latine, mi balenò in testa una dolce frase, cantata da un tenore paffuto con le cosce bluastre in un cervello stordito dal dondolio e dal freddo:

“…Salve… casta e pia dimora…”3.

– Addio, addio per molto tempo, Teatro Bol’šoj oro e rosso, Mosca, vetrine… ah, addio.

“La prossima volta indosserò un cappotto di montone…” pensai con dispettosa disperazione, tirando le cinghie della valigia con mani rigide, “Io… anche se la prossima volta sarà ottobre… dovrò indossare due cappotti di montone”. E prima di un mese non andrò, non andrò a Gračëvka… Pensare… Ho dovuto passare la notte! Abbiamo viaggiato per venti verste e ci siamo ritrovati nell’oscurità mortale… di notte… Ho dovuto passare la notte a Grabilovka… l’insegnante mi ha fatto entrare… E stamattina siamo partiti alle sette del mattino… Ed ecco fatto… santo cielo… più lento di un pedone. Una ruota sprofonda in un buco, l’altra si solleva, la valigia ti colpisce i piedi: plop… poi di lato, poi dall’altro lato, poi con il naso in giù, poi sulla nuca. E dall’alto vien giù, e le ossa si congelano. Avrei mai creduto che nel bel mezzo di un settembre grigio e aspro un uomo potesse congelare in un campo, come nel gelido inverno?! Ma a quanto pare sì. E mentre muori lentamente, vedi la stessa cosa, sempre la stessa. A destra un campo gobbo e rosicchiato, a sinistra un boschetto rachitico, e accanto isbe4 grigie e logore, cinque o sei. E sembrava che non ci sia anima viva. Silenzio, silenzio tutt’intorno…

La valigia alla fine cedette. Il vetturino si appoggiò con la pancia e me la spinse addosso. Cercai di tenermi alla cinghia, ma il braccio si rifiutò di muoversi e il mio compagno di viaggio, gonfio ed esausto, carico di libri e altre cianfrusaglie, si lasciò cadere sull’erba, urtandomi i piedi.

– Oh, Sign…, – iniziò il vetturino, spaventato, ma non mi lamentai: non sentivo le gambe, come morte.

– Ehi, c’è qualcuno? Ehi!, – urlò il vetturino, agitando le braccia come un gallo. – Ehi, ho portato il dottore!

A quel punto, dei volti apparvero alle finestre buie della casa del dottore, incollati a esse, la porta sbatté, e poi vidi un uomo con un cappottino a brandelli e stivaletti che zoppicava sull’erba verso di me. Si tolse rispettosamente e frettolosamente il berretto, corse due passi verso di me, sorrise timidamente per qualche motivo e mi salutò con voce roca:

– Salve, compagno dottore.

– Chi è?, – chiesi.

– Sono Egoryč, – si presentò l’uomo, – il guardiano locale. La stavamo aspettando, da tanto tempo…

E poi afferrò la valigia, se la mise in spalla e la portò via. Zoppicai dietro di lui, cercando invano di infilare la mano nella tasca dei pantaloni per estrarre il portafoglio.

Una persona, in sostanza, ha bisogno di ben poco. E soprattutto, ha bisogno di fuoco. Ricordo che, dirigendomi verso la natura selvaggia di Mur’inskoe, ancora a Mosca, mi ero ripromesso di comportarmi dignitosamente. Il mio aspetto giovanile era la rovina della mia esistenza durante i miei primi passi. Dovevo presentarmi a tutti:

– Dottor Tal dei Tali.

E tutti inevitabilmente alzavano un sopracciglio e chiedevano:

– Davvero? Pensavo fosse ancora uno studente.

– No, mi sono laureato, – rispondevo imbronciato, pensando: “Devo mettermi gli occhiali, ecco cosa”. Ma non c’era bisogno di occhiali; i miei occhi erano sani e la loro chiarezza non era ancora stata offuscata dalle esperienze della vita. Incapace di proteggermi dai continui sorrisi condiscendenti e affettuosi con gli occhiali, cercai di sviluppare un comportamento distintivo, che ispirasse rispetto. Cercavo di parlare con misura e gravità, di frenare il più possibile i miei movimenti impetuosi e di camminare invece di correre come i ventitreenni appena laureati. Con scarso successo, come mi rendo conto ora, molti anni dopo.

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Примечания

1

Vecchia misura lineare russa pari a 1.067 metri.

2

Il racconto riguarda la città distrettuale di Syčëvka e l’ospedale Nikol’skaja. Bulgakov cambiò più volte i nomi del villaggio e dell’ospedale (Mur’evo, Mur’evskaja, Murav’ëvskaja, ecc.) e nel racconto “Gola d’acciaio”, il primo pubblicato della serie, il villaggio e l’ospedale sono chiamati con i loro nomi propri: Nikol’skoe e centro ospedaliero Nikol’skij. Naturalmente, se gli “Appunti sui polsini” fossero stati pubblicati come libro separato, Bulgakov avrebbe senza dubbio standardizzato tutti i nomi.

3

Cavatina di Faust tratta dal II Atto dell’opera “Faust” di Charles-François Gounod. Faust è un vecchio trasformato in giovane da Mefistofele.

4

Case contadine.

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