Il coraggio delle donne in guerra
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Il coraggio delle donne in guerra

Язык: Русский
Год издания: 2025
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Le preghiere di Santo Illya


Ne sanno qualcosa le “Streghe” Katya Ryabova e Nadya Popova, che in una notte hanno compiuto 18 raid sopra le linee tedesche. Intabarratissime nelle loro combinate di volo maschili, riadattate da abili mani sulle loro esili figure, hanno volato senza tregua, in un continuo andirivieni e col cuore che batteva all’impazzata.

Senza radio di bordo e interfono, Katya e Nadya si intendono con un muto linguaggio codificato da colpi sulla spalla o strette di mano, in funzione di chi deve “parlare”, il navigatore o il pilota. E, quella fatidica notte, con il termometro che segnava -41°C, dopo ogni rifornimento di bombe e carburante, si sono accontentate del tè caldo che porgeva loro Irina, senza uscire dalla carlinga per risparmiare tempo, lasciando che il loro “angelo custode” continuasse a recitare per loro, la preghiera al Santo Profeta Elia, patrono degli aviatori di tutte le Russie, sovietica compresa, rispondendo: “Prega per noi”, alla invocazione di Irina che diceva: “Sant’Elia che sali nel turbine verso il cielo”.


Il sogno nel cielo


Nella neve, nessuna di loro correva alcun rischio per queste innocenti preghiere, perché il severo Commissario Politico Nina Nikulina dormiva al calduccio nella sua baracca e la brava Irina, ortodossa convinta, non le avrebbe mai tradite.

Diciotto missioni in quella notte erano troppe anche per loro, per quanto fossero determinate e coraggiose, così quando nel profondo buio del piccolo aeroporto, la siberiana Olga aveva dato il cambio a Irina e il Santo Profeta Elia… non le accompagnava più, avevano deciso di dormire in volo, rannicchiate nella carlinga, una all’andata e l’altra al ritorno. Finalmente l’alba e il lattiginoso biancore che si riverbera sulla neve di… (forse non lo sapremo mai), perché Nina Nikulina, il Commissario Politico, aveva ordinato loro: “Di non rivelare mai la zona di operazioni neanche se fossero state in punto di morte”… ricorda a Katya che è tempo di virare per tornare alla base.

Lo Shevetsov tossisce e sembra sputacchiare tutto il suo olio attraverso i cilindri assediati dal freddo, ma una provvidenziale carezza sul tascone sinistro del giaccone di volo risveglia il Santo Profeta Elia che dorme al caldo tra la pelle e il reggiseno della pilota, tutti i rumori si placano.


Un regalo prezioso


Dando nuovamente gas, Katya pensa al lavoro che dovranno fare Irina e Olga, per rimediare al guasto e, mentre pronuncia un liberatorio: “Prega per Noi”, la striscia nera di terra gettata sul campo nevoso, si materializza sotto il carrello e, dopo una virata sopra le baracche il Po 09, prende terra. Nadya dorme ancora, rannicchiata nella carlinga.

Una breve frenata e giungono a destinazione, Katya riemerge dall’abitacolo, la bionda Irina e la taciturna Olga prendono in consegna il velivolo e lo spingono verso l’officina. Sulla porta della baracca-mensa le attende Nina Nikulina, che sta fumando la prima delle innumerevoli “Papiroska” della giornata e le apostrofa così: “Brave compagne, scriverò al comando di reggimento per farvi avere un encomio, le vostre diciotto missioni contribuiranno a rendere la vittoria più vicina… ora mangiate e poi a rapporto, oggi avrete razione doppia di zuppa d’avena e kasha preparate dalle compagne cuoche e anche due bottigliette di vodka “Stalin”, onore a lui, per combattere il freddo in quota”. Poi le lasciò consumare la colazione, ritornando alla sua baracca. Più tardi si uniscono a loro anche Irina e Olga e ognuna ha in mano un piccolo involto, il regalo per le compagne. Quest’ultima srotola sul tavolo una serie di pezzi di pelle renna, ancora con tutti i peli e racconta: “Con questa non riesco a scaldarmi neanche un piede, ma a voi sarà utilissima per pulire gli strumenti e parabrezza del velivolo, il suo grasso residuo non farà ghiacciare più niente…”, quindi si siede e comincia a mangiare.

Mentre Irina mostra orgogliosa a entrambe un nuovo carburatore, avvolto in uno straccio: “Compagne, il vostro velivolo ha finito di tossire, lo cambierò quest’oggi mentre dormite e stasera potrete ricominciare a volare”. Compaiono sul tavolo quattro bicchierini, Katya stappa il suo quartino di vodka, la serve e al grido di: “победа- vittoria”. Irina e Olga tornano in officina e Katya e Nadya raggiungono il dormitorio per riposare un poco ed essere pronte per la prossima missione notturna.


La guerra in cambio della matematica


Anche la storia di Vera Belik e di Tatyana Makarova, due “Streghe” insignite del titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica” ci parla e ci dimostra in concreto come fosse vissuto il sentimento della fratellanza-sorellanza, tra di loro.

Vera Belik, futuro Tenente Navigatore del 588°, nacque in Ucraina a Ohrimovka, da una famiglia di operai e visse buona parte della sua giovinezza a Kerch, in Crimea, dove conseguì il diploma in pedagogia, in seguito si iscrisse all’università a Mosca. Lì studiò matematica, prima che la dichiarazione di guerra della Germania sconvolgesse i suoi piani. La rapida avanzata del nemico, ormai alle porte di Mosca nell’ottobre del 1941, la spinse a unirsi alle sue compagne di università, spedite in massa a Volokolamskaya, in periferia, a scavare trincee anticarro.

Pala e piccone non sono la migliore medicina per le loro delicate mani di studentesse ventenni, ma loro non mollano e alla fine di ogni giornata possono annunciare, sorridendo, al Commissario Politico: “Compagno Commissario, oggi abbiamo scavato 1,80x150 metri”, che le saluta e le ringrazia, alzando il pugno sinistro, sino a quando non sono sfilate tutte loro.

A cena, zuppa di cavoli e una fetta di pane nero poi, tutte a letto, pronte a riprendere il lavoro l’indomani mattina mentre l’artiglieria nemica batte incessantemente i capisaldi dell’Armata Rossa, situati più a Sud. Certo, la patria si difende anche con le mani bendate e insanguinate, ma Vera è convinta che lei la possa difendere meglio con la matematica, così entra nell’esercito e si inserisce nell’unità di aviazione femminile, fondata dal Maggiore Raskova, accedendo ai corsi di addestramento alla navigazione aerea, presso la scuola di aviazione militare di Engels.

Sei mesi di duro corso intensivo e, nel mese di maggio 1942, entra ufficialmente nel 588° Reggimento da bombardamento notturno, che è pronto a schierarsi sul fronte sud, lungo il fiume Mius, nei sobborghi di Stavropol. Il Maggiore Bershanskaya le assegna come pilota il Tenente Tatiana Makarova e, da quel momento, costituiranno una coppia fissa, un sodalizio che durerà nel tempo, sino al momento del loro abbattimento. Nel dicembre del 1942, il reggimento si ingrandisce ed entrambe sono promosse. Si forma il secondo squadrone e Belik ne diviene il capo-navigatore, mentre la Makarova, ne diviene il comandante. Il nuovo squadrone condotto dalla Makarova vola incessantemente, durante tutto l’inverno, la primavera e una parte dell’estate del 1943.


Con la morte delle amiche davanti agli occhi

nella battaglia sfortunata


La notte tra il 31 luglio e il primo agosto, avviene la catastrofe: lo squadrone perde quattro aerei ad opera della contraerea e della caccia nemica e quattro falò si accendono nella steppa, sotto gli occhi attoniti e sgomenti del suo comandante e del capo-navigatore che sorvolano il campo di battaglia, senza potere fare nulla per salvare le loro compagne.

Piangendo e imprecando contro “il maledetto nemico”, gridano tutto il loro dolore alla steppa, illuminata dalla prima luna di agosto. Tornate alla base, senza ulteriori indugi, fanno il loro desolato rapporto al Comandante del reggimento: “Compagna Comandante, questa notte abbiamo perso otto valorose Compagne, di certo non siamo responsabili della loro morte ma, viaggiando in scia e senza armi di offesa o difesa, dopo avere sganciato le nostre bombe, non siamo riuscite a difenderle o a proteggerle in nessun modo, avendo nel cuore lo strazio e la certezza che stavano bruciando vive! Concludendo, tra le lacrime, il loro discorso con una perentoria richiesta: “Compagna Comandante, per onorare la memoria delle nostre Compagne, le chiediamo di essere nuovamente retrocesse ai ruoli di semplice pilota e navigatore

La Bershanskaya lasciò che terminassero di piangere ed estraendo da un cassetto della scrivania tre bicchierini e una bottiglia di vodka, disse: “Calma Compagne, comprendo il vostro strazio e sono anch’io addolorata per la loro perdita ma ora calmatevi e beviamo alla loro memoria, domani quando sarete più lucide è più tranquille ne riparleremo” e, indicando con il capo la porta, le congedò. Più tardi, in mensa, il borsch caldo della compagna cuoca Ludmilla e una robusta razione di vodka, offerta dal commissario politico, consentì loro di andare a letto e chiudere gli occhi senza problemi ma, nelle loro menti, si era stampata indelebilmente l’immagine dei quattro roghi degli aeroplani che bruciavano nella steppa, proiettando nel cielo scuro milioni di scintille infuocate.


L’autopunizione


L’indomani mattina di buon’ora, Vera e Tatyana raggiungono la baracca comando e portano con loro un foglio ripiegato, si tratta del piccolo manifesto di propaganda patriottica, distribuito da Nina Nikulina, il Commissario Politico del reggimento, per rinfrancare e rinsaldare lo spirito delle combattenti del 588°. Prima di scrivere la comunicazione nella quale chiedono di essere entrambe retrocesse, si sono consultate e hanno deciso di non usare la carta bianca così preziosa per i calcoli trigonometrici delle rotte tracciate da Vera mentre, per il loro scritto, utilizzeranno il retro del manifestino patriottico.

Con questo, sono certe che con tale лист бумаги (foglio di carta) il Comandante non potrà rifiutare loro la retrocessione ai ruoli di pilota e navigatore. Infatti, l’immagine del manifestino raffigura un soldato con la bandiera rossa in una mano e con il fucile nell’altra, che corre verso il nemico per lottare per la patria e per Stalin (за партию и за сталина – per la Patria e per Stalin). Mentre, sul retro-bianco, sono stati annotati nomi delle compagne cadute: Evdokija Ivanovna Nosal, Evgenija Maksimovna Rudneva, Aleksandrovna Sanfirova, Nina Zacharovna Uljanenko, Evdokija Nikulina, Irina Fëdorovna Sebrova, Maguba_Gusejnovna_Syrtlanova, Marina Pablovna Cecneva e la richiesta di retrocessione. Alla vista di questi fogli, il comandante Bershanskaya storce il volto in una smorfia dolorosa, si alza in piedi, legge i nomi delle cadute, saluta militarmente, pone un timbro e una firma sui due fogli e congeda il tenente Navigatore Vera Belik e il tenente Pilota Tatyana Makarova.


Distruggere il deposito di munizioni


Il fronte si sposta e il 588° Reggimento segue i suoi spostamenti. Così, Belik e Makarova compiono una serie di missioni in Ucraina, nell’area del Kuban del Caucaso settentrionale, in Crimea, in Bielorussia e infine in Polonia, diventando il primo equipaggio del Reggimento a volare sul suolo tedesco.

Le missioni e le sortite si susseguono e la notte del 25 agosto 1944, Belik e Makarova si alzano in volo per compiere la loro 813a sortita. Calata la notte, Vera e Tatyana hanno già preso posto nella carlinga, il motore si accende prontamente e comincia a ronzare come una paziente libellula, Olga toglie i ceppi che bloccano il carrello e, al segnale di Irina, che tende il braccio gridando: “Davai – avanti”, il loro Polikarpov rulla sull’erba, acquista velocità e decolla in direzione di Ostroleka.

L’obiettivo è un deposito di munizioni a bordo di una chiatta, ancorata in un’ansa del fiume Narew. Se potessero individuarlo e colpirlo, i “fuochi d’artificio” provocati dalla esplosione forse potrebbero essere visti anche dalle compagne che si trovano nel loro campo d’aviazione. Con questo proposito Vera, aveva calcolato una rotta, lungo il fiume, gridando a gran voce le piccole correzioni di rotta a Tatyana: “Davai – avanti, Pravo – destra, Levo – sinistra… e ancora i punti cardinali: Sever – nord, Yug- sud, Vostok est, Zapad – ovest e i corrispondenti gradi di correzione”.

Mentre sono in prossimità dell’obiettivo, volando sopra le cime degli alberi, si alza il vento e la luna crescente del 25 agosto illumina la loro sagoma e le fronde in movimento. Tatyana tira la cloche e grida: “Salgo di quota per sicurezza…”. Con la manetta al massimo, il Polikarpov comincia lentamente a salire: 150, 200, 250, 300 piedi, volo livellato e Vera, sporgendosi dalla carlinga, riesce a seguire con lo sguardo, la sinuosità del fiume.


La croce di ferro contro le eroine immortali


Il FW190 appare all’improvviso e comincia a sparare con tutte le armi di bordo, il primo passaggio non colpisce il loro velivolo a causa della differenza di quota, ma il suo pilota si vuole guadagnare la “Croce di Ferro”, riprende quota e, con un’ ampia virata si prepara a scendere in picchiata per colpire il povero “aereo pannocchia” e le sue occupanti.

Tatyana grida di nuovo: “Tieniti forte Vera”, mentre fa abbassare il muso del velivolo per raggiungere le cime degli alberi e mettersi al sicuro, ma il FW 190 è nella loro scia. Una raffica di “proiettili traccianti” lo raggiunge e il Polikarpov prende fuoco come un fiammifero. Vera urla disperata: “Qui brucia tutto…” poi la sua voce si spegne in un rantolo… e Tatyana lancia il velivolo in fiamme contro gli alberi che costeggiano il fiume, forse sperando che le fiamme possano raggiungere il loro obiettivo. Uno schianto, seguito da una esplosione e poi tutto tace. L’ignoto pilota tedesco ha guadagnato la sua “Croce di Ferro”, mentre il tenente Navigatore Vera Belik e il tenente Pilota Tatyana Makarova dovranno attendere il 23 febbraio 1945 per essere proclamate “Eroi dell’Unione Sovietica”.


Le streghe della notte sopra la Porta

Brandeburgo


Per concludere il racconto del 588° Reggimento, bisogna anche dire che Marina Raskova, ideatrice e promotrice di questa unità, non fece in tempo a vedere il successo delle “Streghe” e la fine della guerra, perché si schiantò sul Volga ghiacciato durante una tempesta di neve, il 4 gennaio 1943, mentre cercava di raggiungere Stalingrado, con il suo bombardiere del 587° reggimento, perendo assieme al suo equipaggio. Le sue ceneri sono sepolte nel muro del Cremlino dedicato agli eroi.

Diversa la sorte di Evdokiya Bershanskaya, che fu al comando del 588° per tutta la durata della guerra e ne vide la sua fine. Grazie alla sua non comune intelligenza e il suo profondo senso pratico, crebbe insieme al suo Reggimento e seppe sfruttare al massimo il potenziale delle sue “Streghe” e dei poveri mezzi bellici in dotazione.

Partecipando spesso alle missioni con i suoi piloti, garantendo prontezza ed efficienza e, avendo sempre pronti in ogni momento, equipaggi, velivoli e le sue “Streghe” legate tra di loro e a lei dai profondi vincoli della fratellanza-sorellanza, furono notate dagli alti comandi e per tutte loro cominciarono ad arrivare, sempre più numerose, le onorificenze.

Benché fosse uno dei comandanti di volo più onorati dell’URSS, alla fine della guerra, quando il reggimento fu sciolto, nonostante fosse stata nominata colonnello, scelse di non capitalizzare il suo prestigio e le sue medaglie, seguendo la sorte delle sue “Streghe”, si ritirò a vita privata. Come la Raskova, è stata sepolta nel cimitero degli eroi.

Nonostante fossero il reggimento più decorato, le “Streghe della notte” vennero vergognosamente escluse dalla parata durante i festeggiamenti per la fine della guerra. I loro aerei vennero ritenuti troppo lenti… e la sola concessione fu che il 2 maggio 1945, Irina Sebrova e Natalya Meklin volteggiassero in ricognizione sopra la Porta di Brandeburgo, con il piccolo Polikarpov, in memoria e per ricordare tutte le giovanissime “Streghe” cadute nella lotta contro il Terzo Reich.

Parte 2.


Il coraggio nella quotidianità delle donne italiane durante la Seconda guerra mondiale

La guerra rappresenta quell’evento che determina per eccellenza lo sconvolgimento di ogni genere di situazione: personale, famigliare, sociale e nazionale. Essa implica la frantumazione di ogni situazione vissuta in tempi normali, la quotidianità, la famiglia, gli affetti, l’ordine sociale e ogni altro aspetto che determina la vita di relazione tra le persone.

A cercare di conservare o di mantenere la normalità, seppure in una condizione di sopravvivenza, nel corso della Seconda guerra mondiale caratterizzata dall’incertezza, dalla fame, dalla paura, dagli incubi, dall’orrore, in Italia e nel resto del mondo, hanno provveduto le donne rimaste sole, poiché i loro uomini sono stati richiamati a combattere sui vari fronti, con l’aggravante che quest’ ultimo conflitto è riuscito a travolgere ogni cosa e ogni essere direttamente o indirettamente coinvolto.

Per sfuggire alla morte, le donne hanno messo in atto innumerevoli espedienti per sé e per i propri familiari, ma anche per gli sconosciuti: soldati sbandati, italiani e stranieri, ebrei, oppositori, antifascisti, carcerati, chi era destinato al lavoro coatto in Germania; per coloro quindi che non facevano parte della propria famiglia, neppure della propria comunità di appartenenza, dilatando i confini di quest’ultima e facendo acquisire ai loro atti la valenza della responsabilità civica, politica nel senso puro del termine.

Cogliere appieno il senso di questa affermazione non è semplice, perché bisognerebbe ricostruire le condizioni di vita delle donne italiane negli anni della guerra sia pure a grandi linee, una realtà ben più complessa di quanto le vicende narrate nei racconti seguenti possano ricomporre e ricreare. Essi comunque assumono il valore simbolico del ricordo e del farne memoria per consolidare e mantenere i diritti delle donne e la pace tra i popoli.

Quando Mussolini, il 10 giugno 1940, dichiara l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, iniziata da Hitler nove mesi prima, le donne italiane sono ancora “cittadine incompiute” prive di diritti politici come di gran parte di quelli civili; non legittimate ad assumere decisioni neppure all’interno dell’ambito familiare; sottomesse all’uomo di casa (padre, marito, fratello che fosse) o di un tutore; remissive nonostante le dure condizioni di vita, soprattutto in campagna o in fabbrica e in famiglia; per la maggior parte analfabete o quasi, tanto era considerato inutile investire nella loro istruzione, dal momento che si sarebbero sposate presto e avrebbero dovuto dedicare tutte le loro energie, le proprie abilità alla cura della casa e dei componenti del nuovo nucleo familiare.

Se avevano compiuto ventotto anni ed erano ancora senza marito potevano rischiare di essere considerate zitelle e perdere molto del proprio “valore” all’interno di una società basata sulla soggezione femminile all’uomo, pronta a riconoscere loro solamente la finalità meramente riproduttiva.

Le italiane dei ceti più poveri a quel tempo erano definite perlopiù dalle numerose gravidanze, che spesso le stroncavano – insieme alle fatiche – intorno ai quarant’anni. L’ideale femminile era stato modellato attraverso i secoli con il concorso fondamentale della Chiesa e consisteva nell’immagine della buona madre e sposa, modesta ed umile, felice di vivere all’interno dello spazio privato, circoscritto tra la casa del padre e quella del marito, ubbidiente, desiderosa di appagare il proprio uomo e i propri figli e le era concesso di lavorare anche fuori casa esclusivamente per necessità economica, per l’integrazione dello stipendio del marito, altrimenti era malvista e mal giudicata.

Sebbene la Prima guerra mondiale avesse sottratto gli uomini alle case e al lavoro ed avesse costretto le donne a diventare capofamiglia, svolgendo quelle attività fino a quel momento loro precluse, quell’immane e tragico evento mondiale non aveva scardinato i paradigmi dell’ordine sociale.

Probabilmente tutto ciò era stato vissuto come una inaspettata necessità dalla maggior parte delle donne, che obbligatoriamente, ma abbastanza disciplinatamente tornano “al loro posto”, forse sfinite da anni di fatiche e di solitudine, felici del ritorno del loro uomo per ragioni di cuore o di considerazione sociale; nonostante il fascismo si fosse presentato come un movimento in grado di interpretare le esigenze di modernizzazione dell’Italia, raccogliendo quindi consensi e approvazione tra le classi femminili più colte e più abbienti.

Mentre tra le classi più povere e meno istruite vengono poste al centro dell’attenzione nazionale la “massaia rurale”, ovvero la contadina e la “madre prolifica”, sempre pronta a rispondere alla mussoliniana richiesta degli “Otto milioni di baionette”, da scagliare contro i nemici del regime.

Nei primi anni della guerra il rapporto tra le donne e il fascismo è comunque rimasto complesso e contraddittorio, diviso tra la condivisione, la disillusione e il successivo rifiuto, seppure mantenendo il coraggio della quotidianità che, dopo l’8 settembre 1943 e la sconfitta del regime fascista, si è trasformato in testimonianza del coraggio degli isolati e degli indifesi.

Quindi, diverse donne invece, per dirla con una metafora, indossano i pantaloni e diventano combattenti e collaborano in modo più attivo con i movimenti che si oppongono al nazifascismo, propugnano la libertà e, nella ritrovata eguaglianza, combattono anche per l’affermazione dei diritti delle donne e la pace tra i popoli.

Storia esemplare di un’infermiera: l’assistenza, il conforto e la cura nel pericolo

Buio. Un buio fitto, impenetrabile, quasi tangibile, scalfito a tratti da sottilissime lame di luce, provenienti da finestre malcelate da una pesante carta blu come imponevano allora le leggi del coprifuoco. Era inverno e il secondo conflitto mondiale aveva travolto e stravolto tutta l’Europa, Italia compresa.

Il cielo lattiginoso aveva ridotto la già scarsa visibilità quasi a zero, rendendo indistinguibili i contorni delle case e delle vie. A Milano era caduta una grande quantità di neve, che aveva spazzato via anche l’ultimo brandello di cielo e tutto si confondeva in un’unica massa bianca con le nuvole compatte e impenetrabili.

Il freddo era intenso e pungente e, in queste condizioni così estreme, una figura scura arrancava faticosamente sul manto nevoso della strada. Con delle galosce ai piedi, ciabattava prudente sul terreno scivoloso, infagottata in una pelliccia che aveva visto tempi migliori, con un grande cappello di feltro di foggia quasi maschile a larghe falde, per proteggerle il viso. In una mano teneva una valigetta simile a quella dei medici mentre con l’altra, in tasca, teneva saldamente l’impugnatura della sua piccola torcia, che in caso di emergenza poteva utilizzare per illuminare per un tempo brevissimo il cammino davanti a sé.

Non poteva permettersi il lusso di scivolare e tanto meno di cadere, perché era l’unica infermiera con regolare permesso di circolazione notturna, nel pieno delle sue funzioni, che a qualsiasi ora, raramente rifiutava il soccorso o l’aiuto. In quel momento, nonostante la recente terribile nevicata, aveva urgenza di recarsi al capezzale di un suo piccolo paziente, che le stava particolarmente a cuore, affetto da una grave forma di bronchite, che aveva necessità delle sue cure, per poter superare la fase acuta della malattia, perché purtroppo gli antibiotici non erano ancora alla portata di tutti.

L’abitazione del piccolo malato si trovava nei pressi della Stazione Centrale, zona pericolosa perché, in quanto rete ferroviaria cruciale, era un obiettivo ambito dai bombardieri alleati.

Inoltre, anche gli inglesi, con il loro aereo soprannominato Pippo, compivano incursioni notturne di bombardamento, incutendo un “sacro” terrore nel Nord dell’Italia; un aereo fantasma solitario e che, come un fantasma si muoveva nella notte, provocando anche pesanti danni psicologici nella popolazione.

Nell’assoluto silenzio surreale di quella gelida sera, interrotto soltanto dallo sgocciolio di qualche grondaia rotta, era parso a Tina, questo il nome dell’infermiera, di sentire dei flebili lamenti, che sembravano provenire dagli argini di un piccolo corso d’acqua che scorreva nei pressi, il Naviglio della Martesana. Sulle prime aveva pensato a qualche cane o gatto che, accecato da tutto quel biancore poteva aver smarrito la strada di casa ma, avvicinandosi sempre più, i gemiti sembravano quelli di una persona in pericolo che, scivolata sulla neve ghiacciata, si fosse ferita e bisognosa di aiuto. Con molta attenzione e un po’ di timore, Tina accende la sua piccola torcia, la scherma con la mano guantata e fruga con il flebile raggio di luce che emette le rive del piccolo fiume intorno a lei, seguendo l’eco dei lamenti. Gli occhi si abituano alla penombra e, a un tratto, scorge un cumulo di macerie, con degli stracci. No, no… non sono stracci, si tratta di una persona rannicchiata, in una posa contorta, rattrappita dal freddo e dal dolore. La donna affretta il passo, si china e si trova di fronte a uno spettacolo straziante. Si avvicina ancora e come può cerca di rassicurare quel misero mucchio di ferite e di dolore. Piano piano gli solleva la testa, il viso è un grumo di sangue, sfigurato dai colpi ricevuti: pugni, calci, bastonate in ogni parte di quel povero corpo martoriato, che qualcuno degli assalitori aveva anche aggredito con una lama, provocando, per fortuna solo ferite di striscio. “Siamo alle solite” pensò “un’altra vittima dei fascisti…”

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