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La Ragazza-Elefante Di Annibale Libro Uno
La Ragazza-Elefante Di Annibale Libro Uno

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La Ragazza-Elefante Di Annibale Libro Uno

Язык: Итальянский
Год издания: 2020
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Annuii.

“Sai perché Yzebel voleva il pane?”

Risalimmolungo la Via degli Elefanti verso il bivio del sentiero.

“Per i soldati per quando verranno ai suoi tavoli stasera.”

“Sì, le piace avere del pane per loro all’ora di cena.”

“L’ho delusa, Tendao. E ora devo andare a dirle che cosa terribile che ho combinato.”

“Sì, glielo devi dire,”mi rispose. “Ma prima di farlo, fermiamoci davanti alla tenda di Lotaz.”

Non avevo sentito parlare di questaLotaz, ma non avevo alcuna fretta di tornare da Yzebel a mani vuote e ammettere di aver fallito.

Cercai di sfuggire all’immagine del volto severo di Yzebel pensando ad altre cose. La terra della Via degli Elefanti era morbida e calda sotto i miei piedi nudi. Pensai alle centinaia di elefanti euomini che l’avevano calpestata per molte stagioni, trasformando la terra in una polvere fine. Querce e pini fiancheggiavano il sentiero, fornendo ombra agli animali. Le lunghe ombre ora coprivano gran parte dell’ampio sentiero.

In cima alla collina, andammo a destra, come avrei dovuto fare prima. Dopo un po’ci imbattemmo in una tenda fatta di un materiale fino e sottile. I colori rosso, giallo e blu del tessuto a strisce brillavano nel crepuscolo. Le ombre tremolavano da una lampada che bruciava dentro. Davanti a essa c’era un tendalino frangiato, sostenuto da due lance di metallo conficcate nella terra. Un uomo di colore sedeva a gambe incrociate sotto la tenda.

“Va’da quello schiavo.”

Tendao mi fermò a una certa distanza, poi mi istruì riguardo cosa avrei dovuto dire all’uomo. Gli ripeteitutto, assicurandomi di aver capito.

“Ma sembra così cattivo, Tendao. Verrai con me?”

“No. Devi farlo da sola.”

Lo schiavo mi osservò intensamente mentre mi arrancavo verso di lui, i miei piedi che si trascinavano nella terra, riluttanti nel portarmi dove non volevo andare.

A dieci passi di distanza, mi fermai e dissi, “Lotaz.”

Non rispose,stette a fissarmi finché non abbassai gli occhi a terra. Alla fine parlò.

“Questa è la tenda di Lotaz. Perché sei qui?”

“Sono venuta per conto di Tendao.”

Lo schiavo balzò in piedi e si affrettò a entrare. Un momento dopo, ne uscì una donna magra. Era illuminata da entrambi i lati da una coppia di lampade a olio che pendevano dai supporti a lancia. Lotaz era bellissima con un abito di seta blu chiaro e un paio di pantofole abbinate. Un’ampia cintura scarlatta di corde intrecciate le stringeva la vita magra e una raffinata catena d’oro reggeva il fodero di un pugnale ingioiellato. La piccola arma le oscillava sulle cosce ad ogni suo passo. Le sue labbra erano dipinte di rosso e le sue guance eranodel colore dei boccioli di rosa, creando così un morbido contrasto con la sua carnagione cremosa. Una collana di argento eoro le adornava il collo.

Lo schiavo uscì per mettersi dietro di lei, con le braccia incrociate sul petto nudo. Incombeva come un’enorme ombra scura, in netto contrasto con la pelle bianca della donna.

“Che cosa sai di Tendao?”Mi domandò.

“Devo solo riferirle che farà come ha richiesto.”

Guardò oltre le mie spalle, scrutando il sentiero scuro in entrambe le direzioni. Guardai anche io, ma Tendao non era in vista.

“Perché ha mandato te?”

Scossi la testa, non sapendo come rispondere.

“Quando verrà esaudita la richiesta?” La voce di Lotazaveva un tono acuto ed esigente.

“Domani, prima del tramonto,” risposi ripetendo le parole che Tendao mi aveva detto di dire.

Sembrava riluttante a trattare con me riguardo questa transazione. Non capivo neanche perché fossi venutada Lotaz per conto di Tendao.

Dopo un momento, disse: “Molto bene. Aspettami qui.”

Lotaz entrò e tornò dopo un momento. In una mano, portava una brocca di vino quasi identica a quella che avevo perso. L’altra mano era invece chiusa, le dita serrate. Molti braccialetti decorati le tintinnarono lungo il polso quando fece per consegnarmi la brocca di vino. Poi si interruppe.

“Perché vieni da me così sporca?”

Guardai le mie mani tese; erano sporche di fango secco. Quando provai a pulirle, lo schiavo scomparve dietro la tenda per tornare poi con una bacinella d’argilla con dell’acqua, che mise ai miei piedi. Mi inginocchiai per lavarmi, la faccia che mi bruciava per l’umiliazione. Mi lavai rapidamente, mi alzai e mi asciugai le mani sul mantello.

Lo schiavo mi sorrise brevemente e mi fece l’occhiolino quando si mise tra me e la donna. Prese la bacinella e tornò al suo posto. Non sapevo se si sentisse dispiaciuto per me o se stesse solo cercando di essere amichevole con un’altra schiava. Lotaz certamente mi ha fatto sentire come una schiava.

Mi porse la brocca e io la presi tra le mie braccia: questa non l’avrei fatta cadere.

“Questo vino è il pagamento per il lavoro che Tendao farà per me,”disseLotaz. “Non lo pagherò più di così.”

Allungò l’altra mano e lentamente aprì le dita. Due grandi perle perfettamente abbinatee molto belle, riposavano nel palmo della donna. Tutto quello che potevo fare era fissare il lucente splendore delle gemme preziose che brillavano nella luce gialla delle lampade.

“Prendile,” ordinò Lotaz. “E assicurati che le perle vadano immediatamente da Tendao. Saranno usate per fare il lavoro. Mi hai capito?”

Annuii, spostando il vino per liberare la mano destra in modo da poter prendere le perle a Lotaz. Rimasi ferma, fissando la donna, non sapendo cosa fare.

“Vai!” mi disse con un cenno della mano, spingendomi via come se fossi un fastidioso moscerino.

Mi affrettai lungo il sentiero oscuro nella direzione in cui Tendao mi aveva detto di andare. Poco prima di arrivare all’angolo, guardai indietro per vedere Lotaz e lo schiavo che mi osservavano. Provai un grande sollievo quando passai dietro lo steccato dove Tendao mi aspettava.

“Vedo che hai li vino passito.”

“Sì.”

Tesi l’altra mano con le due perle. Le prese e io misi entrambe le mani sotto la caraffa. Ispezionò le perle, poi le lasciò cadere in una borsa di cuoio legata alla cintura.

“Ora,” disse, stringendo i cordoncini, “andiamo a cercare il panettiere Bostar e barattiamo quel vino con del pane.”

Fu una tale sorpresa. Il vino era un pagamento per Tendao in cambio di un servizio che doveva eseguire per Lotaz, ma sembrava disposto a lasciarmelo usare al posto della brocca che avevo perso. Perché avrebbe dovuto fare una cosa del genere? E che servizio doveva svolgere per Lotaz? Decisi di chiedergli delle spiegazioni, ma parlò prima che avessi la possibilità di trasformare i miei pensieri in una vera domanda.

“Il tuo modo ardente mi ricorda qualcuno.”

“Chi?”

“Hai mai sentito parlare di Liada, lo spirito della roccia di Byrsa?”

“No, conosco solo la principessa Elissa,” risposi.

“Bene, questa storia ha molto a che fare anche con la principessa Elissa. Moloch, il dio dell’oltretomba, ha sepolto Liada nella roccia di Byrsa,” mi cominciò a raccontare

“Perché?”

“Quella era la sua punizione per aver fatto amicizia con un piccolo vitello che i sacerdoti avevano scelto per il sacrificio a Moloch.”

“Oh, no. Perché dovrebbero sacrificare un piccolo vitello?”

“Una vita giovane è più preziosa di una vecchia. L’idea non piaceva nemmeno alla schiava Liada. Durante l’ora più buia della notte, prima del giorno della cerimonia, si intrufolò nel recinto dove c’era il vitello, rimosse le catene e condusse la piccola creatura, insieme a sua madre, molto lontano per liberarle.

“Quando Moloch venne a sapere di questo atto insidioso, ordinò ai sacerdoti di incatenare la ragazza allo scoglio di Byrsa, lì intrappolò il suo spirito nella pietra e la seppellì. Poi fece sacrificare ai sacerdoti il corpo senza spirito di Liada, insieme ad altri nove bambini, sul suo altare. Questa brutale offerta fu il suo avvertimento per chiunque volesse intromettersi negli affari dei suoi sacerdoti.

“Quando la nostra Elissa venne a sapere della terribile disavventura di Liada, andò alla roccia di Byrsa e sentì lo spirito della roccia gridare in cerca d’aiuto. Mentre ascoltava la storia dell’eterna punizione di Liada, la principessa Elissa mise le mani sulla roccia. Quindi, usando nient’altro che una preghiera per la dea madre Tanit e il potere della sua forte volontà, divise la pietra in due, liberando lo spirito di Liada.”

Tendao rimase in silenzio per un po’e pensai che avesse perso il filo della storia.

“Che cosa è successo allora allo spirito della ragazza,”domandai, “dopo che la principessa Elissa l’ha liberata?”

Tendao mi guardò, poi riportò lo sguardo sul buio sentiero davanti a sé. “Per tutto questo tempo dalla liberazione di Liada, il suo spirito ha vagato per tutto il mondo, alla ricerca di una bambina che la accogliesse.”

Alzai lo sguardo su Tendao, pensando che avesse inventato questa storia solo per farmi stare meglio.

Mi sorrise. “È una delle tante leggende sulla nostra principessa Elissa e sono certo che sia vera.”

“Ma come farà Liada a trovare qualcuno che la accolga?”

“Sta aspettando una ragazza che faccia amicizia con una povera bestia, schiavizzata come lo era lei stessa.”

Mentre camminavo, osservando il suolo e pensando al fatto che Liada fosse una schiava, mi resi conto vagamente che Tendao rimase indietro.

“Intendi dire come Obolus?”Chiesi.

“Che cosa dici, bambina?”Sentii una voce rimbombante provenire dal sentiero davanti a me.

Alzai lo sguardo per ritrovarmi a camminare verso un uomo molto grande. Indossava un lungo grembiule e il suo viso sorridente era sporco di farina di grano. Dall’aspetto dell’uomo e dal meraviglioso profumo di pane fresco, dedussi che doveva essere il fornaio. Tre lampade a olio appese sopra i suoi tavoli da lavoro distorcevano l’oscurità della serata.

Il mio viaggio verso la tenda di Bostar era durato molto piùdel volo di una freccia, ma alla fine, grazie a Tendao, ero arrivata con una brocca di vino da barattare per il pane di Yzebel.

“Veniamo dalla tua buona amica Yzebel,” dissi. “Vuole che scambiamo questa brocca di vino passitocon sei delle tue pagnotte più fresche.”

“Noi?”Chiese Bostar e si mise i pugni sui fianchi, sforzandosi di far assumere un’espressione severa alla sua faccia allegra. “Ti porti una rana tra le pieghe del mantello oppure ci sono degli aiutanti invisibili che si trascinano alle tua calcagna?”

Guardai dietro e scoprii che Tendao era scivolato via di nuovo.

“Mi ha appena detto–” Cominciai ma mi fermai.

Mi resi conto che il mio amico Tendao doveva essere un uomo molto timido che aveva grandi difficoltà a gestire le persone. Per qualche ragione, questo mi rese felice, perché sembrava che volesse che io parlassi per lui quando non poteva farlo da solo.

Guardai il fornaio e vidi che non riusciva mantenere la sua espressione seria a lungo. La sua pelle aveva il colore della sabbia sott’acqua e i suoi occhi scuri brillavano di una buona natura repressa. Già mi piaceva.

“Come fai a esserne a conoscenza del mio amico ranocchio che viaggia con me ed è così timido che sbircia solo con un occhio per vedere cosa sto facendo?”

L’uomo scoppiò a ridere e mi diede una pacca sulla spalla così forte che quasi feci cadere la mia preziosa brocca.

“Se non me lo togli,” dissi, tendendogli il vino,“morirò sicuramente nel tentativo di proteggerlo.”

Bostar ridacchiò e prese la brocca. “Vedo che stai imparando fin dalla tenera età la profonda responsabilità di prendersi cura degli oggetti di valore di un’altra persona.”

“Oh, sì. Sto imparando.”

Bostar portò il vino nella sua tenda. Quando tornò, nelle sue braccia teneva delle pagnotte rotonde e piatte.

“Queste sono le ultime di oggi. Ho finito di cuocerle appena prima del tramonto e le ho tenute, sapendo che la tua Yzebel avrebbe avuto bisogno di loro stasera per i suoi tavoli.” Mise i grandi pani su un panno ruvido steso sul suo banco da lavoro. “Ci sono sei pagnotte qui, più unaextra.” Raccolse gli angoli del panno e li legò in cima. “Puoi dirle che quella in più è tua per avermi fatto fare una bella risata alla fine di una lunga giornata. E assicurati di restituirmi il panno domani.”

“Grazie, Bostar.”Presi il fagotto pesante per appoggiarlo sulla mia spalla. “Vorresti che ti portassi un ranocchio dal fiume quando torno domani? Puoi portarlo nel tuo grembiule e non sentirti mai solo.”

Dopo un momento, il grande uomo sorrise, mostrando i denti bianchi e uniformi sotto i baffi ben rifiniti. “No, bambina mia. Sono grato agli dei che hai sostituito quel Jabnet dalla faccia acida. Se tu e Ranocchioveniste nella mia tenda ogni giorno, non mi dispiacerà mai più sopportare gli altri sciocchi.”

Sarebbe stato così facile rimanere un po’ a parlare con il fornaio:trovavo conforto nella sua presenza.

“Così va meglio,” disse Bostar. “Sapevo che eri capace di sorridere.”

Sì, mi sentivo molto meglio, ma dovevo ancora affrontare Yzebel e spiegarle cosa era successo alla prima brocca di vino.

“Devo andare a dire qualcosa a Yzebel. Arrivederci, Bostar.”

Lo sentii dire buonanotte da dietro di me mentre mi affrettavo con il fagotto con il pane.

Capitolo Cinque


Sulla viadi ritorno ai tavoli di Yzebel, cercai Tendao ma non lo vidi da nessuna parte lungo i sentieri.

Passai vicino alla tenda di Lotaz. Era illuminata all’interno e riuscii a vedere la sua sagoma svolazzare con la fiamma della sua lampada, un’ombra sfocata contro il tessuto. C’era qualcuno con lei. L’ombra scura di un uomo alto, rigido nella postura, le stava molto vicino. Anche la sua ombra svolazzava avanti e indietro, come se fosse incerto se avvicinarsi o allontanarsi da lei. Indossava uno strano cappello, alto davanti e basso dietro.

Camminai lungo il lato opposto del sentiero, stando lontana dalla tenda. Potevo sentire gli occhi dello schiavo di Lotaz su di me. Deve essersi nascosto da qualche parte nell’oscurità fuori dalla tenda, a guardare.

Al bivio, mi fermai a guardare Via degli Elefanti. Una leggera brezza raccolse le foglie cadute e le disperse lungo il sentiero. Sentii solo un ronzio silenzioso provenire da alcuni animali, un netto contrasto rispetto a prima, quando avevo mandato in subbuglio l’intera mandria. Alcune lampade appese oscillarono sui rami degli alberi e alcuni animali stavano sgranocchiandoil fieno rimasto, ma la maggior parte di loro si era sistemata per dormireoppure sonnecchiava in piedi. Un unico ragazzo dell’acquasi stava ancora dando da fare.

Mentre lasciavo Via degli Elefanti mi chiesi come dormisse Obolus. Si inginocchiava, appoggiando il suo grande peso sulle ginocchia oppure si girava su un fianco? Sicuramente, le sue costole si sarebbero spezzate sotto il suo grande peso. Forse dormiva in piedi, ma cosìrischiavadi cadere durante la notte. Decisi di andarci una notte, a vedere come si riposava.

Presto arrivai nel posto in cui la schiava aveva lavorato prima,girando il filato, ma non la vidi. La tenda era buia all’interno.

Il rumore dei tavoli di Yzebel mi arrivò ancora prima che io girassi su per l’ultima curva del sentiero. Immaginavo che dovessero essere i soldati a scherzare e ridere mentre consumavano la cena. Rabbrividii al pensiero di loro che mi prendevano di nuovo in giro. Ma ancora di più, temevo lo sguardo sul viso di Yzebel quando le avrei confessato del mio incidente con il vino.

Uno dei soldati annunciò il mio arrivo prima che potessi parlare con Yzebel. Voltò la sua faccia pelosa verso di me quando superai il primo tavolo.

“Dammi un po’di quel pane, ragazza!”Gridò. “Come pensi che possa mangiare questo stufato senza pane?”

Yzebel si voltò al suono della voce del soldato e quasi fece cadere una scodella calda dicontu luca nel grembo di un uomo. La sua espressione fu un misto di sorpresa e irritazione mentre mi fissava, ma presto mutò in sollievo. Poi guardò verso suo figlio Jabnet come a dirgli‘Te l’avevo detto’. Era al primo tavolo, a versare del vino nella tazza di un soldato.

Vidi Jabnet fissarmi, con gli occhi spalancati e la bocca aperta.

“Maledetto, ragazzo!”Urlò l’uomo della ciotola quando il vino viola straboccò sul bordo e gli corse lungo il braccio. “Allontanati prima che ti colpisca.”

Appoggiai il mio fagotto sul bordo di un tavolo e cominciai a sciogliere il nodo. Uno degli uomini afferrò una pagnotta dall’interno della stoffa prima che potessi aprirla. Ne strappò un pezzo e la passò a un altro uomo. Anche il soldato seduto di fronte a lui prese una pagnotta e la lanciò al tavolo successivo. Ne prese un’altra e lalanciò nelle mani in attesa di un uomo al quarto tavolo.

Presto rimase solo una pagnotta. L’uomo si allungò a prenderla, ma io la afferrai prima. Quella mi apparteneva e non avevo alcuna intenzione di rinunciarvi senza combattere. L’uomo mi lanciò un’occhiataccia e pensai che mi avrebbecolpita, ma uno dei suoi compagni gli lanciò un pezzo di pane. Rimbalzò sul suo naso e cadde nella sua ciotola. Afferrò il pane, mi fece un sorriso facendomi vedere gli spazzi tra i suoi denti e tornò a mangiare il suo stufato.

Lungo i tavoli, i soldati deglutirono rumorosamente il succo dello spezzatino e divorarono tutto come un branco di animali selvatici.

Mi affrettai verso il fuoco e posai il mio fagotto accanto al focolare.

“Ecco,” disse Yzebel, spingendomi tra le mani una pesante recipiente di legno. “Riempi qualsiasi ciotola vuota con questocontu luca a meno che non ti dicano diversamente. Poi fai lo stesso con lo stufato dalla pentola sul fuoco.”

“Sì, lo farò.”

Il delizioso aroma del cibo mi ricordò che avevo fame, ma avrei aspettato che i soldati fossero nutriti. Quando cominciaicon il primo tavolo, riempiendo ogni ciotola che mi veniva porta, Yzebel prese Jabnet per un braccio, tirandolo da parte. Gli disse alcune parole forti e gli scosse un dito in faccia, ma non riuscii a sentire quello che diceva.

Al terzo tavolo, un uomo aveva un lato intero persé stesso. Di fronte a luierano seduti cinque uomini chestavano divorando il loro cibo, a volte prendendo dei bocconi anche dalla ciotola del loro vicino. L’uomo solo sedeva in silenzio, i suoi occhi seguivano ogni movimento intorno a lui. Mi piacquero i suoi lineamenti; occhi distanti, linea della mascella forte, mento squadrato, i capelli lunghi folti e scuri. La maggior parte degli altri soldati era più vecchia di lui. Tuttavia, pensai che si comportasse in modo più maturo di tutti loro.

Tenni il cucchiaio di legno sopra la sua ciotola vuota per riempirlo con il grano duro e il montone fumanti, ma allontanò la mia mano.

“No,”mi disse. “Vorrei un’altra mezza ciotola del tuo vino.” Tese la sua tazza vuota e mi guardò per la prima volta. “Per favore,”aggiunse.

Non sapevo se fosse la sua gentilezza, il suo aspetto curato e pulito, o i suoi occhi. Avevano un’espressione che potrei descrivere solo come una forza calma, ma il mio giovane cuore eseguì un nuovo trucchetto nel mio petto. Il suo profumo mi fece venire in mente l’odore di pelle nuova e dello sforzo intenso. Su un uomo inferiore, sarebbe stato spiacevole.

Sbattei le palpebre quando un pugno peloso batté su un tavolo vicino, dove un nuovo sgradito arrivato urlava per il cibo.

Bastò uno sguardo dall’uomo accanto a me per zittire l’altro. A eccezione di Tendao e Bostar, tutti gli uomini del campo mi sembravano brutti, chiassosi e odiosi. Quest’uomo non era nessuna di quelle cose. Era giovane; la barba gli era appena comparsa. I suoi occhi erano di un marrone intenso, e il suo comportamento era forte, ma non prepotente. La sua pelle era più scura della mia di alcune tonalità. Il colore mi ricordava la piuma dell’ala di un falco.

“Sì,” dissi infine e posai la mia scodella sul tavolo. Gli presi la ciotola dalla mano. “Le porterò il vino.”

Mi affrettai a dove Jabnet versava il vino all’ultimo tavolo. Dopo avergli preso la brocca da vino, riempii a metà la tazza dell’uomo, quindi rimisi la brocca nelle mani di Jabnet.

Di nuovo al tavolo dell’uomo, misi la ciotola davanti a lui. “Vuole dell’altro stufato? Ne abbiamo ancora un po’ sul fuoco.”

Scosse leggermente la testa e prese la tazza, congedandomi con un movimento casuale della mano. Tutto ciò accadde in modo così fluido, che se avesse parlato, avrebbe potuto dire: “No, grazie. Puoi andare ora e occuparti dei tuoi doveri.”

Continuai il mio lavoro, prendendo la ciotola di contu luca per servire gli altri uomini. Alla fine del quarto tavolo, la mia scodella era vuota. Andai al focolare e cominciai a riempirla dalla pentola. Yzebel rimase accanto al fuoco, versando quello che era rimasto dello stufato.

“Chi è quell’uomo?”Chiesi, sussurrando a Yzebel.

“Quale?”Anche Yzebel mi sussurrò.

“Quello.”Indicai con la testa dietro ma non ho guardai dalla sua parte. “Seduto da solo.”

Yzebel diede una rapida occhiata alle mie spalle. “Quello è Annibale. Figlio del generale Amilcare.”

Mi ricordai che il nome di Annibale era stato citato da Tendao al fiume.

Yzebel si protese verso di me, continuando a sussurrare: “Spero che questi uomini riempiano presto le loro pance. Questo è l’ultimo che rimanedello stufato.”

“E anche delcontu luca.” Raccolsi il grano duro e la carne rimanenti con il cucchiaio di legno.

Yzebel mi fece l’occhiolino. “Beh, vediamo che cosa succede.”Allungalo, dandone a ogni uomo solo un po’.”

“Abbiamo ancora una pagnotta.” Annuii verso il mio fagotto a terra vicino al fuoco. “Se si arrabbiano con noi, possiamo buttarla fuori sul sentiero, e correranno tutti per farla a pezzi come un’orda di sciacalli.”

La faccia di Yzebel si illuminò e pensai che avrebbe riso, ma non lo fece.

“Vieni, ora,” disse Yzebel con un sorriso,“torniamo al lavoro.”

* * * * *

Un po’ dopo mezzanotte, anche l’ultimo dei soldati se ne andò. Avevano leccato pulita ogni ciotola.

Mi aveva fatto piacere vederli andare via.

Jabnet iniziò a pulire uno dei tavoli, ma Yzebel lo fermò, dicendo che avrebbe potuto lasciarlicosì fino al mattino. Tutti e tre abbiamo raccolto tutto il rame e i ciondoli che gli uomini avevano lasciato sui tavoli e li abbiamo messi insieme alla fine del primo tavolo. Jabnet e io ci sedemmo di fronte a Yzebel e la osservammo sistemare gli oggetti.

“Argento.”Tenne una grande moneta lucente alla luce della lampada.

“Penso che l’abbia lasciata Annibale,” dissi.

“Davvero?” Yzebel la girò per guardare dall’altra parte. “È romana.”

“Romana?”

Mi consegnò la moneta. “Sono le persone oltre il mare. Quelli che hanno sconfitto il generale Amilcare nell’ultima guerra.”

“Sembra davvero vecchia. È un cavallo con le ali?

“Sì,”rispose Yzebel. “I romani lo chiamano Pegaso. Pazzi a pensare che i cavalli possano volare.”

Sul retro della moneta c’era il contorno del volto di un uomo e alcune parole attorno al bordo. “Chi è?”Domandai restituendo la moneta a Yzebel.

“Qualcheromano morto.” Gettò di nuovo la moneta nella pila.

“Ho fame,”disse Jabnet.

Yzebel si guardò attorno verso tutte le ciotole vuote, poi le pentole accanto al fuoco; anche quest’ultime erano vuote. “Anch’io,”rispose, “ma hanno mangiato tutto.”

“No, non l’hanno fatto.” Corsi a prendere il mio fagotto dal focolare. Lo riportai al tavolo e tirai fuori l’ultima pagnotta. “Ho salvato questo.”

Yzebel rise e prese la pagnotta. La spezzò, dando a ognuno di noi un grosso pezzo di pane, poi prese una brocca dal tavolo. Scosse la caraffa e scoprì che conteneva ancora un po’di vino. Presi tre tazze da un altro tavolo e Yzebel vi versò il vino, dividendolo equamente tra le tre ciotole.

“Jabnet, portami la borraccia,” disse.

Il ragazzo scivolò dalla panca e si diresse verso il focolare, borbottando qualcosa sul vino. Quando tornò con la borraccia, Yzebel annacquò il vino; Jabnet e il mio molto più del suo.

Mangiammo il nostro pane mentre Yzebel esaminava un paio di orecchini con grandi cerchi d’oro e un pettine d’avorio.

Avevo quasi trovato il coraggio di raccontare a Yzebel del vino che avevo versato su Via degli Elefantiquando prese un anello dalla pila di ciondoli e lo diede a Jabnet. Lui lo studiò, poi provò a metterselo sul pollice, ma non ci entrava.

Dopo aver fatto scivolare l’anello sul mignolo, disse: “È tutto quello che otterrò?”

Yzebel ignorò il ragazzo e continuò a sistemare i gioielli sgranocchiando il pane. Alla fine raccolse un altro oggetto, lo esaminò per un momento, poi me lo porse.

I miei occhi si spalancarono e trattenni il respiro. “Per me?” Sussurrai.

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